Con oggi fanno due mesi esatti che – dopo averlo tralasciato per quattro mesi interi – ho ripreso la scrittura del mio romanzo senza saltare un giorno, compreso il mese di ferie trascorso a casa a scrivere febbrilmente sotto la canicola agostana, da mattina a sera.
Perché avevo momentaneamente messo da parte la mia magnifica ossessione letteraria, ENIGMA, che mi accompagna ormai da quattro anni?
Forse non dovrei dirlo ma, soprattutto nei mesi di aprile e maggio, mi sono lasciato irretire da sirene al cui richiamo sono ancora molto sensibile e che hanno a che fare con la ricerca degli stimoli forti e dell’adrenalina.
Ciò che mi ha sorpreso è stato che, dal giorno stesso in cui ho rigettato testa e cuore nel romanzo, ho percepito una piena aderenza al flusso del racconto, delle storie e dei personaggi, come se non avessi mai smesso di scrivere.
Ma è andando avanti, nei giorni successivi, durante le rielaborazioni del testo, che mi sono accorto di qualcosa di diverso.
La mia scrittura stava cambiando.
In meglio, decisamente in meglio.
Perdeva, giorno dopo giorno, parte di quella patina letteraria stilisticamente molto cesellata, ma che in fondo avevo sempre avvertito come non del tutto naturale.
Per una volta, anziché aggiungere e ancora aggiungere, ho iniziato ad asciugare la prosa, a limare alcune ridondanze, percependo in ciò non un’amputazione bensì un arricchimento di bellezza. Anche parole ed espressioni che ritenevo irrinunciabili e a cui avevo finito con l’affezionarmi sono diventati orpelli da poter lasciare andare.
E allora i capitoli hanno iniziato a farsi forse un po’ più ‘’sporchi’’, ma anche più autentici; i personaggi meno perfetti e più umani; le loro storie meno spiegate e più vissute. Come se in tutto ciò ci fosse anche un’intima concessione di fiducia al lettore e alla sua capacità di cogliere, quando arriverà il momento, i significati sottesi.
Mi sono dato quasi subito una possibile spiegazione.
L’intensità con cui avevo vissuto i mesi di sospensione della creazione artistica aveva fatto da innesco a questo cambiamento, contribuendo a rendere il mio modo di esprimere le emozioni non necessariamente più bello, ma forse più vero, più pregno di umanità.
Quella ricerca di stimoli forti, sia pure messa in atto in un contesto avulso dal pericolo e dal degrado personale e conclusasi con risultati materiali al di là delle più lusinghiere aspettative; le preoccupazioni per la salute; la fine di una relazione; equivoci e malintesi anche in certi rapporti di amicizia.
Mesi vissuti in pieno, insomma, attraversando situazioni personali e interpersonali capaci di attivare emozioni intense che, una volta tornato davanti alla pagina bianca, hanno trovato il modo di vibrare nelle storie che raccontavo.
E allora ho pensato che forse avevo commesso un errore nel considerare quei quattro mesi come un’interruzione.
Perché scrivere non significa soltanto stare davanti a una tastiera e riempire una pagina; c’è una parte della scrittura che avviene molto prima, mentre ci esaltiamo, ci illudiamo o ci preoccupiamo.
È la vita che accumula materiale senza dirci che un giorno ne avremo bisogno.
Insomma, la morale che ne ho tratto è questa: per scrivere – o per portare avanti qualsiasi altra opera di creazione – ritirarsi dalla vita e tagliare i ponti con il mondo non serve quanto… vivere!
Perché qualunque sia il traguardo che inseguiamo, a volte allontanarcene per un po’ non significa necessariamente perderlo: ciò che viviamo nel frattempo può diventare parte del percorso per raggiungerlo.
Perché in fondo, per me personalmente, in quei quattro mesi in cui credevo di aver smesso di scrivere il mio romanzo, era il romanzo che, attraverso la vita, continuava a scriversi in me.









