Sono diversi anni che ho smesso di credere che ciò che avviene nella vita di ciascuno di noi — anche quegli accadimenti che, a prima vista, sembrano insignificanti — sia davvero casuale.
E allora, forse, non è nemmeno un caso ciò che mi è accaduto oggi, giorno del mio compleanno: la mia macchina aziendale, ancora nuova di zecca, senza alcun preavviso ha deciso di abbandonarmi in mezzo alla strada.
Nulla di grave, a parte la scocciatura di farla trasportare al più vicino centro di assistenza.
Poi una lunga camminata fino a casa, che ho fatto rientrare nella mia routine quotidiana di allenamento, e oltre tre ore di telefonate a tutte le persone che mi avevano cercato per farmi gli auguri e a cui non ero riuscito a rispondere.
Quello che mi ha davvero colpito sarebbe accaduto poco dopo, quando ho chiesto a mia madre di prestarmi la sua auto per il giorno seguente, in attesa che la mia venisse riparata.
Sono entrato nel garage, che custodisce come un piccolo scrigno la sua utilitaria, mi sono lasciato alle spalle la porta basculante con l’intenzione di rimettermi in strada, e lì è accaduto ciò che non avrei mai immaginato: dopo due anni in cui avevo guidato soltanto la mia nuova macchina, dotata di cambio automatico, non ricordavo più come si guidasse un’auto “normale”.
Ingranare la marcia, sollevare il piede dalla frizione, dosare l’acceleratore: gesti che avevo compiuto per una vita intera sembravano svaniti, come cancellati di colpo.
Il mio stupore è aumentato quando mi sono accorto che quella sorta di amnesia non si esauriva nei primi minuti, ma continuava ad accompagnarmi anche dopo aver completato un intero giro dell’isolato.
Era come se il vecchio schema — acceleratore, freno, frizione — fosse stato completamente sovrascritto da quello della guida automatica.
E poco importava che con quel primo schema io ci fossi cresciuto, praticandolo per oltre trent’anni: due soli anni erano bastati a modificarne la traccia.
Questo episodio, apparentemente banale, mi è apparso come una potente metafora: una nuova abitudine, se coltivata con sufficiente intenzione e ripetizione, è in grado di sovrascrivere schemi molto antichi, quasi radicati nel nostro Dna.
E questo vale non solo per i comportamenti concreti, ma anche per quelli emotivi: le emozioni, infatti, raramente cadono dalle nuvole, ma affondano le radici in schemi di pensiero che, proprio come le abitudini, possono essere trasformati, sostituiti, rieducati nel tempo, generando nuovi modi di sentire.
E non credo sia un caso che l’Universo abbia voluto ricordarmelo proprio nel giorno del mio compleanno.
Come a suggerirmi che ciascuno di noi può aver incontrato cattivi maestri, aver assorbito idee e modalità di azione che hanno limitato il libero dispiegarsi delle proprie potenzialità, ma che nulla di tutto questo è definitivo.
Se certe tracce si imprimono dentro di noi, anche tutto ciò che scegliamo di apprendere e di praticare può, col tempo, riscriverle.
E così, se anche in passato si sono vissuti compleanni segnati da malinconia, non è mai troppo tardi per accendere una nuova candelina, finalmente con il sorriso sulle labbra.









