Soltanto fino a poche settimane fa, anzi fino a pochi giorni fa… non avrei mai creduto di essere capace di un gesto simile.
Di esserne capace, e di volerlo davvero.
E invece ieri, inaspettatamente, l’ho fatto, come telecomandato da un cuore ammattito in un sol colpo; un cuore indifferente ai propositi meravigliosi e alle date memorabili.
Tant’è che l’ho fatto a un’ora qualunque di un giorno qualunque, alle 10:31 di sera di un banale e anonimo 17 novembre.

Ti ho scagliata sull’asfalto sentendo dentro me che eri l’’’ultima’’, mentre tu, col tuo piccolo resto incandescente, finivi di ardere e tremare nel freddo della sera.
Poi ho aperto il portone, osservando la tua agonia fino all’ultimo respiro.
E mentre ti consumavi per sempre, una fitta mi ha attraversato la pancia: uno spasmo di spietata nostalgia.
Una moltitudine di pensieri, di ricordi, mi si sono acciambellati sulle spalle, quasi fossero serpenti pronti a mordere con il veleno dolce e amaro del tanto tempo andato.
La sera in cui iniziò la nostra storia… la ricordi?
Trentacinque anni fa.
Forse anche qualcosa di più.
Una delle prime vacanze scolastiche al liceo, una cittadina marittima in Toscana, una camera d’albergo dove entravano i profumi del mare e della primavera.
“Ma sì, proviamo”, mi dissi curioso e ingenuo, distendendomi su una brandina sconosciuta e tentatrice.
E ti accesi tra le dita con l’orgoglio maldestro di chi voleva sentirsi più grande e audace, più simile ai compagni che ammirava.
Restai steso lì quasi un’ora, stordito, la testa che girava come un pallone… ma era lo stordimento dolce e sensuale di chi era appena entrato in un mondo proibito.
Bei tempi, i primi del liceo, quando sopravvivevi in cattività e ti nascondevo ovunque: sepolta tra gli indumenti nei cassetti, rintanata nelle tasche fonde dei cappotti, e persino interrata sotto lembi di strada che credevo invisibili agli occhi del mondo.
Ma poco dopo, fuori dalla clandestinità e con te esibita fiera tra le labbra, ho dichiarato la mia sfida a quel mondo che avevo paura non mi vedesse, non mi prendesse mai sul serio, e a cui volevo solo urlare ‘’Guarda che esisto anch’io!’’
E gridarlo insieme a te, mi faceva sentire più sicuro.
Da allora, quante ne abbiamo passate insieme!
La prima volta in cui mi sono sentito qualcuno, nel cortile del liceo dopo l’esame di maturità, io e te raggianti di gioia.
Sulla spiaggia di Rimini, la mia prima vacanza da solo, quando contemplavo l’orizzonte marino e l’alba e il tramonto sembravano ancora più belli e veri se a incendiarli c’eri pure tu.
E poi quelle segrete notti affacciati stretti alla finestra della camerata del bagno della caserma, quando tutte le divise dormivano negli armadietti e io sognavo ancora di diventare un ufficiale.
Tu lo sai come nessuno – mia compagna fedele e silenziosa – quanto sia stato difficile svegliarmi da quel sogno.
Ti cercavo senza tregua, anche più di venti volte al giorno, e tu il tuo conforto non me lo negavi mai.
A volte, in quei giorni, quando non fissavo il vuoto ti osservavo, e in te vedevo una metafora del mio stesso sogno: una fiamma viva che ogni volta si consumava in fretta, dissolvendosi in un pugno di cenere.
Ma allora, in quel buio fitto, eri uno dei pochi sollievi, forse l’unico, un appiglio fragile ma vitale.
E questo, per quanto io debba lasciarti, non lo dimenticherò mai. Anche perché poi, per fortuna, sono arrivati tempi migliori, per certi versi bellissimi.
Era la soglia del Duemila, e passavamo lunghi pomeriggi insieme nella villa vicino casa, sotto un cielo che iniziava a colorarsi di rinascita.
C’era un amico nuovo in quegli anni, uno che finalmente mi faceva sentire visto.
Anche lui ti amava.
Sarà un caso, ma tutti i miei mentori ti hanno amata alla follia.
Lui, quell’amico, alla fine è andato via.
Ma altri ne sono arrivati, tanti volti diversi e cuori affini.
E tu c’eri sempre, tra le risate storte e i discorsi profondi davanti ai calici di vino, oppure in altri momenti, tra i respiri rotti e le pause di corpi nudi che fremono.
Non mi sono mai davvero separato da te, se non per brevissimi periodi in cui qualche malanno più forte degli altri mi spegneva le energie.La nostra unica, vera rottura è stata di cinque mesi, nel lontano 2002, un fioretto dopo una stupida bravata.
Ma allora non conobbi la tristezza, perché sapevo che quello era solo un arrivederci.Stanotte, invece, è stato un addio.
Un addio vero.Non come quello di Zeno, che amava accompagnare i suoi addii con i propositi meravigliosi, con le date memorabili che non arrivavano mai.
Lui, l’ultima sigaretta, la fumava ogni giorno da vent’anni.
Ogni volta che si proponeva di smettere, ogni volta che si sentiva male, ogni volta che la vita lo opprimeva: e così l’ultima… ma non era mai l’ultima.
Perché Zeno cercava la data perfetta, come il giorno del matrimonio, la Pasqua oppure un anniversario.
Si preparava alla rinascita, alla vita nuova, e proprio per questo il sapore dell’ultima sigaretta diventava sublime.
Ma non era mai un vero addio, bensì un patto di cartapesta con la sua fragile coscienza.

Io non voglio essere Zeno.
Non voglio perdermi nei labirinti della mente finendo per non agire; in passato l’ho fatto spesso, ma oggi preferisco agire, sporcarmi le mani anche quando fa male.
E lasciarti fa un po’ male.
Ma devo farlo.
Ultimamente troppe voci mi hanno cantato nelle orecchie, come un coro insistente: “Lei, continuando ad amarti, ogni giorno ti toglie qualcosa.”
Non avevo mai voluto ascoltare quelle voci, ma stavolta mi sono chiesto: ‘’Possibile che dicano tutti bugie?’’
E per la prima volta anche il mio corpo ha parlato, e mi ha fatto capire che, forse, il nostro abbraccio era diventato troppo soffocante.
Ma fa lo stesso un po’ male.
Oggi, uscire di casa e non cercarti, non chiedere di te, mi ha fatto molto strano.
Ti ho vista un sacco di volte.
Sulle labbra di facce annoiate ferme davanti al solito bar o a un semaforo, o su quelle di chi scorreva rapido tra le vie della città.
Ho provato un piccolo nodo, la malinconia improvvisa di quando riconosci un profumo e ti rimbomba nel cervello tutta una vita intera.
Forse, a essere sincero, ho provato anche un pizzico di ribellione e invidia, come chi si chiede sottovoce: “Perché loro possono ancora, e io no?”
Così, prima ho abbassato lo sguardo.
Ma subito dopo, ho guardato altrove.
Ho guardato avanti.
Ho pensato alla nuova strada che mi aspetta di percorrere, con un respiro più sicuro e un cuore più coraggioso.
E la malinconia, l’invidia, e tutto il resto, è evaporato in un soffio.
Sfumato nella consapevolezza che è stato perfetto così, e che in questi trentacinque anni ci siamo vissuti intensamente, come meglio non avremmo potuto.
Sì, ci siamo respirati l’un l’altra fino all’ultima brace.
Ora ti lascio andare.
Ma tu, pur lontana, resterai tra le cose che mi hanno accompagnato sempre: nelle amicizie, negli amori, negli incontri e negli addii.
Resterai tra quelle che hanno bruciato forte, e che, anche se spente, non smetteranno mai di fumare un po’ dentro.









