Alcuni giorni fa tramite il blog di Efficacemente sono venuto a conoscenza di una storia che mi ha colpito molto.
Una storia che parla di un padre speciale: un padre che si è rifiutato di lasciare indietro suo figlio.
La storia inizia negli anni ’60 in una cittadina degli Stati Uniti, quando il signor Dick Hoyt vede suo figlio Rick nell’incubatrice dell’ospedale, in preda a degli spasmi.
Sembrano delle innocue flessioni sulle minuscole braccia, ma la realtà purtroppo è diversa: il cordone ombelicale troppo stretto sul collo al momento del parto ha reciso al neonato delle terminazioni nervose vitali.
La diagnosi dei medici è terribile: tetraplegia.
Anzi, gli specialisti utilizzano un termine ancora più crudo: dicono ai genitori che il piccolo è destinato a essere un ‘’vegetale’’ e gli consigliano di affidarlo a un istituto.
Ma la coppia rifiuta quella diagnosi spietata e porta il piccolo a casa, cercando di fargli condurre una vita il più possibile normale.
Quando il piccolo Rick compie 11 anni, succede qualcosa di importante: un gruppo di ingegneri di una importante università americana costruisce un sofisticato apparecchio grazie al quale il bambino inizia a comunicare con il mondo esterno digitando le lettere su uno schermo.
Ma la vera svolta avviene quattro anni dopo, nel 1977.
Rick, grazie alla macchina progettata per lui dagli ingegneri dell’università, può finalmente frequentare una scuola, e nell’istituto viene organizzata una gara di beneficienza per uno studente che ha subito un grave incidente.
Il percorso non è così breve: 5 miglia.
Rick chiede a suo padre se possono partecipare insieme.
Dick Hoyt all’epoca ha 36 anni, non è certo un’atleta, anzi a dire il vero non ha mai corso in vita sua.
Ma non gli dice di no, e spinge la carrozzina del figlio per tutti gli 8 chilometri della gara.
Arrivano penultimi.
Ma quello che il bambino dirà al padre nel momento dell’arrivo, segnerà l’inizio di un’incredibile avventura:
‘’Papà, quando corriamo, mi sento come se non fossi disabile’’.
A Dick non servono altre parole.
Se correre con suo figlio significa farlo sentire libero, allora correranno.

Da quel momento, Dick e Rick completeranno insieme… non dei giri dell’isolato, e nemmeno percorsi di 5 miglia; completeranno 257 Triathlon, 72 Maratone e una traversata degli Stati Uniti di 6.000 km in 45 giorni.
Per 37 anni, Dick Hoyt ha spinto di corsa, trascinato a nuoto e trasportato su una speciale bicicletta suo figlio Rick, per decine di migliaia di km.
Non ha mai smesso di farlo, nemmeno quando l’avanzare dell’età provocava al suo fisico inevitabili cedimenti.
Nel 2021 ha lasciato questo mondo, all’età di 80 anni.
Ha lottato per insegnare a suo figlio a comunicare, ha lottato per farlo iscrivere a scuola, ha lottato per farlo sentire libero.
E quando se ne è andato, tramite la sua apparecchiatura Rick ha comunicato al mondo intero che, grazie a suo padre, quella che i medici avevano chiamato “una vita da vegetale” era diventata una meravigliosa avventura.
Perché suo padre gli ha insegnato che la libertà non è soltanto correre con le proprie gambe, ma sentirsi parte del vento, del movimento, della vita.
E quando questo accade, la corsa può anche fermarsi.
Perché il vero traguardo non era la distanza percorsa o una meta da tagliare per primi, ma l’orizzonte restituito.
Questa storia, oltre che a emozionarmi, mi ha regalato conforto.
Mi ha fatto pensare che se un uomo è stato capace di fare tutto questo, non è possibile che un padre non ami il proprio figlio.
L’amore che mette al mondo non può essere una qualità che alcuni possiedono e altri no.
È piuttosto una forza universale, che però ognuno sa esprimere secondo la misura delle proprie fragilità.
Esistono padri che non hanno saputo correre.
Padri trattenuti dai propri limiti, dalle paure, da ferite mai curate, da un’educazione che non insegnava a dire “ti voglio bene” né a esserci quando serviva.
Eppure questo non significa, necessariamente, che l’amore mancasse.
Capirlo non cancella ciò che è mancato.
Ma aiuta a crescere.
E crescere, in fondo, vuol dire anche questo: imparare a vedere l’uomo dietro il padre, e perdonargli la sua fatica di essere umano.









