Ricollegandomi al giorno del mio compleanno e alle tante telefonate ricevute, ce n’è stata una che mi ha fatto riflettere in modo particolare.
E’ arrivata da un mio amico di Napoli, compagno da una vita, e come sempre accade quando parlo con lui, pochi minuti di conversazione sono bastati ad aprirmi visuali inedite, squarci d’orizzonte in grado di scuotere la prospettiva.
Si rifletteva su una tematica che già da un po’ mi mette del magone addosso: il tempo che scorre inesorabile, il susseguirsi di compleanni che sempre più mi avvicinano a una fase della vita che intimamente percepisco come un declino rispetto all’energia impetuosa dei trent’anni.
Il mio amico allora, mi ha riportato una frase che mi ha colpito molto: una frase non sua, ma del grande scrittore Andrea Camilleri, venuto a mancare alcuni anni fa alla veneranda età di 94 anni.

Con la lucidità ironica di un uomo di finissimo intelletto arrivato molto avanti nel cammino, Camilleri avrebbe asserito che la vecchiaia ha anche un privilegio meraviglioso: a una certa età ci si può permettere di mandare tutti a fare in culo, perché ormai la propria vita la si è vissuta.
Le sue parole mi sono risuonate dentro come qualcosa di molto più profondo di una semplice provocazione: un piccolo elogio della leggerezza interiore conquistata col tempo.
E mi hanno portato a riflettere sul fatto che a rendere preziosa la maturità non è soltanto l’esperienza accumulata, ma anche la lenta dissoluzione di certe pretese.
La pretesa di dover essere continuamente diversi da ciò che siamo diventati, di dover dimostrare incessantemente qualcosa, di piacere a tutti.
I trenta o i trentacinque anni a cui a volte guardo con nostalgia possiedono la forza ardente che ti fa credere che sia possibile spalancare ogni porta e reinventarsi ogni giorno daccapo.
Ma quell’energia convive con una tensione continua, simile a quella che prova un’opera incompiuta febbrilmente in cerca della sua forma definitiva.
Anche per questo, in quegli anni, ci si aggrappa fortemente ai desideri, agli amori, alle aspettative, inseguendo l’illusione che da essi dipenda la propria compiutezza.

Come accade ne La coscienza di Zeno, con il continuo affannarsi del protagonista nel rincorrere l’ultima sigaretta, l’ultima occasione, l’ultima possibile versione di sé stesso, come se la vita dovesse sempre ancora iniziare.
I desideri non invecchiano mai, cantava Franco Battiato, né l’essere umano smette di trasformarsi; ma molti giochi,semplicemente, sono fatti.
Alcune maschere si sgretolano da sole, tante rincorse smettono di sembrarci indispensabili.
Se negli anni della giovinezza, oltre a commettere errori, abbiamo seminato bene lavorando su noi stessi, nella maturità possiamo raccogliere il frutto di una consapevolezza più stabile, sapere più chiaramente chi siamo diventati.
Possiamo giudicarci meno, affannarci meno, concederci più imperfezione.
E forse è proprio questo il senso più autentico di quel “mandare tutti a fare in culo” di cui parlava Camilleri: non rabbia verso il mondo, ma congedo da una parte delle sue attese.
Possiamo dire più facilmente ciò che pensiamo, smettere di rincorrere approvazioni inutili, lasciare andare pretese e smanie che un tempo divoravano energia e sonno.
Imparare a pacificarci completamente con la persona che il tempo ha scritto dentro di noi.









