Mentre Salerno non era ancora del tutto sfumata dai miei ricordi, ti ritrovo qui, ormai vicini alla fine dell’estate.
Qui, dove ti avevo parlato ed ascoltata per ore.
Qui, dove la tua voce scorreva tra pause e sospiri che scandivano le suggestioni con cui a volte ci immaginavamo frammenti di uno stesso destino.
Qui, dove forse tu mi avevi immaginato tra i battiti dell’attesa, dentro le parole e i pensieri che si rincorrevano nei pomeriggi d’estate, quando ci stupivamo delle nostre strane coincidenze, e contro l’afa di luglio ci lamentavamo piano, quasi per restare più a lungo dentro lo stesso respiro.
Avevo preso forma così, per te: un disegno lontano che cresce in disparte, un’immagine quasi capace di persuadere che la magia possa bastare a sé stessa.
Ma cosa succede quando la volontà decide di spingere la magia e la fantasia dentro la materia della realtà?
Accade che chi avevi immaginato e dipinto coi colori della fantasia — nel suo piccolo spazio, tra pareti chiazzate di cielo e quadri dall’aura onirica — lo vedi davvero, attraversando un treno, una città, e dopo un portone e una porta.
Entri in quello spazio che forse avevi già popolato in sogno, e l’utopia diventa realtà: pavimenti, pareti, un letto e una finestra.
Tutto ciò che era proiezione e fantasticheria adesso respira, si muove, ha un peso e dei contorni definiti.
E nel passaggio impercettibile della luce da quella finestra, qualcosa cambia.
Utopia.
I Greci la conoscevano in tutta la sua ambivalenza: οὐ-τόπος (“ou-tópos”), il non-luogo, e insieme εὖ-τόπος (“eu-tópos”), il bel-luogo.
Era così bella per loro, l’utopia, perché non si realizzava mai del tutto.
Era pura tensione e desiderio, strumento per evadere dal quotidiano, rivestimento mitico per dinamizzare il desiderio.
Il suo incanto stava proprio nell’irrealizzabilità della promessa.
E quando, per caso, diventava possibile, cessava di essere ciò che era: il luogo felice si faceva luogo qualsiasi.

Ora sei qui, e la promessa, facendosi realtà e mostrandosi, spezza qualcosa del suo sortilegio.
Quel sogno che viveva di distanza e fantasia si sgrana, come una collana che ha smarrito alcune perle.
L’immaginazione si fa carne, e il mistero che l’avvolgeva si dissolve, lasciando nuda la figura che conteneva: un uomo che da simbolo diventa ”persona” e come tale manifesta la sua complessità, la contraddittorietà in cui il fascino indefinito dell’archetipo si mescola a gesti stonati e limiti quotidiani.
Così, anche chi dava l’illusione di essere fatto solo di vento e slancio, animato dal caos primigenio e da un fascino indomito, rivela tutt’a un tratto le sue difese, proprio come un fiume che da lontano appare libero e sconfinato, ma avvicinandosi mostra le sue sponde, i suoi limiti tracciati con invisibile rigore.
E allora il bagliore del sogno perde parte della sua luce, e ne restituisce una diversa: quella più fragile e concreta della verità.
Anche queste ore insieme durano il tempo di una foglia in volo.
E quando svanisci dal binario, sul viso hai un sentimento doppio: una tristezza dolce e un bisogno di fuggire.
È come se, toccata la realtà, la magia avesse bisogno di tornare al suo regno — là dove può nuovamente colorare il mondo senza la minima sfumatura di grigio.
Tra nostalgia e disincanto, mi domando se quel grigio non abbia finito per inghiottire il nostro sogno, e se quella foglia ora distesa in terra non sia già l’autunno, il segno che anche noi smetteremo presto di cadere insieme.
Provo una piccola stretta allo stomaco, ma penso che in fondo sia giusto così: prima o poi, la grazia e l’incanto devono fare i conti con la fragile meccanica della vicinanza, con la paura di urtarsi troppo.
Con la persona in carne e ossa, spogliata del velo dell’utopia.
E allora mi viene in mente quel meraviglioso spettacolo degli stormi d’uccelli, quando volando al tramonto disegnano nel cielo figure perfette, capaci di catturare lo sguardo con la loro coreografia misteriosa, con quella danza sospesa a metà tra la legge del caos e la mano del divino.
Visto così da lontano, è un incanto, che si immagina nasca dalla libertà: ogni uccello che segue il proprio impulso, il proprio volo.
Eppure, non è così.
Non c’è nulla di erratico o celestiale in quel movimento: quelle figure perfette sono il frutto di una gerarchia rigorosa, in cui ogni uccello deve occupare una posizione precisa e mantenere esattamente la distanza da quello accanto.
Forse è questo il destino di ogni cosa, quando la si guarda più ”da dentro”’: da bellissima che era, perde parte del suo fascino.

Il fascino infatti, per sua natura, non vorrebbe regole: è indomito e libero come il vento.
E invece, avvicinandoci a una persona, scopriamo che anche lei – come gli uccelli nel cielo – segue traiettorie precise, occupa posizioni (i ruoli), mantiene distanze: sono i suoi limiti, gli errori, le fragilità.
Ma l’incanto non può durare per sempre, e allora per non sparire del tutto deve imparare una cosa sola: convivere con la struttura, con le sue forme vive.
Magia e geometria, apparentemente inconciliabili, possono imparare a dialogare tra loro, a stringersi in un abbraccio.
Come sa fare bene il mare, dove ogni onda obbedisce a una legge ma nessuna è identica all’altra, e nella sua fedeltà al ritmo, in quell’imperituro nascere e morire, riesce a custodire il mistero senza mai smettere di rapire i sensi.
Accettando che l’incanto ha bisogno delle sue forme, e il mistero del suo ordine, la magia potrà continuare a vivere imparando a coesistere con la misura, e la geometria lasciarsi attraversare dal sogno.









