In questi giorni che hanno accompagnato il Natale, mi è tornato in mente un motivetto che cantavamo alle elementari, forse sospinto dal lavoro di introspezione che sto facendo mentre scrivo il mio romanzo.
«È Natale ancora, la grande festa, che sa tutti conquistar…»
Quelle note si sono portate dietro volti di maestre severe, vocine di bambini impazienti, e l’emozione di magia e stupore che pulsava nel cuore di ognuno.

Dopo quarant’anni, tutto cambia.
Babbo Natale si è allontanato coi sogni di un tempo che non esiste più e lo stupore si concede ormai solo a piccoli sprazzi.
Non certo a questa festa (almeno per me), che al di là del significato spirituale che ciascuno vive a modo suo, ha assunto sempre più i tratti di una parata scintillante dal retrogusto commerciale e mercantile, ben espressa dalla corsa affannosa al regalo e dallo scambio di telefonate o messaggi di puro comodo.
Una festa che assomiglia quasi più a un carnevale che al Natale come lo vivevo da bambino, in cui ci si ”maschera” da persone premurose e interessate, e dove l’antico sfondo del presepe e delle melodie natalizie è stato rimpiazzato dalle file ansiose davanti alle vetrine e dal battito metallico dei registratori di cassa.
Noi, come ogni anno, praticamente da quando frequentavo quella vecchia scuola elementare, eravamo radunati dopo il pranzo del 25 davanti all’albero addobbato di luci e con sotto una montagna di regali, come quando eravamo piccoli.
C’eravamo ancora tutti: papà, mamma, noi fratelli.
C’erano la zia e i cugini.
E c’erano anche quelli che per anni avevano fatto parte di quel rito e che adesso non c’erano più, ma restavano ugualmente nel ricordo di voci e gesti così vivi da sembrare ancora presenza.
E poi c’erano i bambini, il futuro, la vita che rimescola le carte e va avanti, chiudendo i conti con il passato.
Quello era sempre stato un momento vero, quasi una liturgia: i pacchetti venivano presi uno alla volta, tutti osservavano lo scarto e ascoltavano la dedica.
E per un’ora buona il mondo pareva un po’ cambiare: nostro padre diventava più umano e accessibile, le piccole tensioni si scioglievano, sbocciavano una gentilezza e una tenerezza ritrovate che ci facevano sentire più vicini.
Ma pochi giorni fa non è accaduto nulla di tutto questo.
Come un’ospite ingombrante che reclamava il suo spazio e premeva da dietro la porta, la furia consumistica ha fagocitato il nostro rito.
Nessuno ha aspettato nessuno.
Regali aperti come se scottassero e carta strappata in aria, voci convulse e sovrapposte, mani febbrili simili a topi voraci che vedono briciole ovunque.
Qualcuno ha provato a rallentare, ma il meccanismo era ormai innescato, travolgente come una slavina.
Nessuno ha più saputo chi avesse regalato cosa, né quale pensiero avesse accompagnato quel dono; a malapena sono riuscito a rallentare quella corsa impazzita per leggere una bellissima dedica di mia cugina.
E ciò che abitualmente durava un’ora, due o tre, senza che nessuno ci facesse caso, si è consumato in pochi minuti, lasciando dietro di sé solo un cumulo di carta stanca.

Non era mai successo, lì, e mi ha fatto male, ad esempio perché non ho potuto catturare l’istante di gioia del mio nipotino quando scartava il pacchetto che conteneva il mio dono, un regalo che tanto desiderava.
Ho pensato con amarezza a quel gratta e vinci gettato sul marciapiede, di cui ho scritto qualche mese fa, con i numeri ancora intonsi e solo il codice a barre grattato, testimone dell’urgenza di conoscere subito l’esito, bruciando l’attesa e il brivido del ”chissà” che è il vero cuore del gioco.
E alla tristezza di un tempo che non è più capace di attendere, di sperare, di condividere lo stupore.
Un tempo che ha inferto il colpo finale a quel poco di magia che sopravviveva nel Natale.











