A chi non capita mai di provare, in qualche modo, a definire sé stesso?
Intento in questo tipo di esercizio, già da un po’ di tempo a questa parte mi sono definito profondo e leggero, in un mondo popolato da molte anime superficiali e pesanti.
Non fraintendetemi: non voglio autoincensarmi o costruire categorie assolute, semplicemente mi è capitato di osservare che chi possiede una certa profondità d’animo finisce spesso per rimanerne avviluppato, smarrendosi in un’introspezione senza sbocchi, nella solitudine e nel non coltivare gli aspetti più terreni ed edonici dell’esistenza.
Allo stesso modo, chi sa esprimere leggerezza può finire per smarrirsi nella superficie del vivere, perdendo il contatto con sé stesso e con ciò che delle cose costituisce l’essenza più profonda.

La ricerca di un equilibrio tra queste due forze mi ha portato, a volte, a sentirmi simile all’eroe romantico per eccellenza, il celebre alchimista che avverte due anime albergare nel proprio petto: una che coi suoi artigli si avvinghia alla terra, al mondo materiale, e l’altra che, sollevandosi dalla polvere, vuole ergersi verso le dimore dello spirito.
Ma cosa accade quando la leggerezza si fa troppo impalpabile, il gusto dello scherzo rischia di sconfinare nella futilità e la goliardia diventa eccessivamente irriverente?
Accade che bisogna fermarsi a guardarsi dentro, specie quando ciò può incrinare relazioni importanti, fatte di affinità e corrispondenze che, per loro stessa natura, non potranno mai essere perfette.
Mettersi sul banco degli imputati non serve.
Molte delle menti di cui vorrei possedere anche poche briciole della loro grandezza, non sono state immuni da scivoloni delle volte anche grossolani.
Perché profondità e fragilità possono convivere nello stesso essere umano.
E la storia della letteratura è infarcita di questo apparente paradosso: anime enormi, capaci di scorgere abissi negli altri, che inciampavano a volte in gesti piccoli, perfino meschini.

Penso, prima di altri, a Fedor Dostoevskij.
Capace di scandagliare l’animo umano come pochi, e nello stesso tempo ossessionato a tal punto dal gioco d’azzardo da dilapidare denaro, umiliarsi, scrivere romanzi (tra cui ‘’Il giocatore’’) con 39 di febbre pur di saldare i debiti.
E poi, a un altro gigante della letteratura russa, Anton Cechov.
Leggendo più volte ‘’Il Gabbiano’’ mi sono trovato davanti a una rappresentazione memorabile dei sentimenti umani e dell’amore, eppure quell’opera nasce da un uomo famoso per la goffaggine emotiva nella sua vita privata, fatta di lettere ironiche, battute fuori luogo, leggerezze che talvolta ferivano proprio le donne che lo amavano.
E per tornare ai romantici, come non pensare a Lord Byron?
Un esempio brillante di come una mente immensa possa convivere con una parte quasi infantile e capricciosa, alternando profondità metafisica a gesti impulsivi.
Quando a Cambridge gli fu vietato di tenere un cane nel collegio lui, che amava follemente gli animali, non protestò; semplicemente… comprò un orso!
Lo strinse al guinzaglio e lo portò in giro nei cortili dell’università solo per sfidare il regolamento, il quale non aveva pensato a menzionare gli orsi.
Una bravata intelligente, che faceva parte del suo mettere in scena la sua stessa vita, indossando abiti eccentrici, parlando in modo provocatorio per il semplice gusto di far sentire gli altri a disagio.
Potrei citarne tanti altri, ma mi sembra già di aver centrato il punto: profondità e leggerezza, nobiltà e miseria, possono convivere nella stessa persona senza annullarsi a vicenda.
E se condannarsi ogni volta che una parte meno nobile affiora in superficie non è la risposta migliore, ciò non implica non confrontarsi con le proprie responsabilità.
Quella di capire, ad esempio, che ciò che per noi è un gioco, agli occhi di chi teniamo può avere un peso diverso.
Di comprendere che la spontaneità, prima ancora di dire o fare la prima cosa che ci passa per la testa, è restare fedeli a ciò che si è senza toccare la sensibilità di chi ci cammina accanto.
E nel momento in cui penso, scavo, mi interrogo sulle conseguenze dei miei gesti e sulle zone d’ombra del mio carattere, come sto facendo adesso, mi accorgo che non posso essere un superficiale; forse non ho ancora trovato tutte le risposte per non esserlo mai, ma continuo a camminare lungo la strada che sento mia.
Profondità e leggerezza.
Quella stessa leggerezza che Milan Kundera ci ricorda essere una componente essenziale dell’esistenza ma che, privata del tutto di responsabilità e cura, può finire per diventare insostenibile.









