Rincasando dopo un caffè veloce al bar accanto, e salendo i pochi gradini che mi separavano dal portone di mezzo, ho notato un anziano signore, mai visto prima, che mi aspettava in cima alla piccola rampa di scale tenendomi aperto il portone.
È rimasto lì per diversi secondi, con il braccio teso a sorreggere la porta e un sorriso benevolo sulle labbra; come se, vedendomi avanzare con passo incerto, avesse voluto risparmiarmi una piccola fatica.
Un gesto semplice, quasi insignificante, che però ha spalancato dentro me una porta che credevo chiusa per sempre: quella di un ricordo che non riaffiorava da molti anni.
Una storia emozionante raccontata da un formatore di forte impatto: la storia dei due fondatori della Mattel, noto marchio di giocattoli che spopolava negli anni ’80, conosciuto soprattutto per la famigerata ‘’bambolina di Mattel’’; una bambola tanto perfetta da far dubitare, per un istante, che dentro quel corpo di plastica non battesse realmente un cuore.

Non tutti sanno che uno dei due imprenditori, Harold Matson, prima di diventare ricco grazie alla Mattel attraversò un momento esistenziale drammatico, legato soprattutto alla crisi finanziaria del 1929 e al crollo della borsa, dato che le sue uniche risorse economiche provenivano proprio dagli investimenti borsistici.
Improvvisamente l’uomo si trovò senza quasi più nulla per sostenersi, tanto da essere costretto a vendersi il suo piccolo appartamento e l’automobile, finendo anche per essere piantato in asso dalla moglie.
La sua deriva continuò, anche a seguito di alcune scelte sbagliate che lo condussero al baratro, fino ad arrivare a un giorno di ordinaria disperazione, quello che l’uomo raccontò a una giornalista come il giorno più difficile della sua vita.
Matson vagava disorientato per New York, dove ormai si spostava solo in metropolitana, e pressato da un’urgenza corporale realizzò di non possedere più nemmeno i 10 centesimi di dollaro che gli servivano per entrare nei bagni a pagamento dell’underground.

Si lasciò scivolare sul pavimento, mentre la gente gli passava accanto come se non esistesse e il metallo urlante dei convogli gli rimbombava nelle orecchie.
Costretto a chiedere l’elemosina, sentiva di aver davvero toccato il fondo.
Dopo un po’ avvertì freddo sul palmo della mano, dove si trovò giusto una moneta da 10 centesimi: era stata una donna ad aiutarlo, una vecchietta che si era chinata un istante verso di lui e che, rialzandosi, era stata subito inghiottita dalla folla della metropolitana.
Si alzò in piedi anche lui e si affrettò verso i servizi, con in tasca la preziosa moneta che gli avrebbe consentito di varcare la porta dei bagni.
Ma proprio nel momento in cui stava per inserirla nella fessura, un signore uscì dal bagno.
E quell’uomo gli tenne aperta la porta, evitandogli di spendere quei dieci centesimi.
A quel punto Harold esce dalla toilette, con in tasca la moneta che ha risparmiato ma soprattutto con un’energia nuova e diversa che gli scorre dentro: la forza portentosa di chi, dopo chissà quanto, ha smesso di sentirsi invisibile.
Gironzola ancora un po’ tra i vagoni e viene avvicinato da una bambina che sta vendendo delle bamboline di carta.

«Ne vuoi una? Costa solo 10 centesimi»
Harold la guarda, guarda anche la bambola, e riscaldato da quell’energia che gli si propaga dentro come una fiamma si illumina di gioia.
Compra la bambolina con i 10 centesimi che gli sono rimasti, e senza pensarci troppo la rivende a un passante a 20 centesimi!
Così torna dalla ragazzina e ne compra altre due, poi tre, senza fermarsi, per ore.
Non ha ancora risolto i suoi problemi, ma intanto è riuscito a mettere qualcosa insieme per la cena, e quella indelebile giornata, insieme alle anime che ne hanno incrociato il cammino, gli hanno riacceso la luce dentro, tanto che la sua nuova vita inizierà proprio da lì.
Dal momento in cui aveva toccato il fondo.
Alla fine dell’intervista la giornalista gli domanda se c’è qualcuno che desidera ringraziare.
«Prima di tutti… vorrei ringraziare me stesso», risponde.
«Immagino vorrà ringraziare anche quella vecchietta dell’underground», lo incalza lei, «perché in fin dei conti è da lì che è iniziata la sua nuova storia».
«Sono molto grato a quella donna», replica lui. «Ma non è tanto lei che voglio ringraziare perché il suo gesto è stato mosso dalla pietà. Io voglio ringraziare soprattutto quell’uomo che, in modo del tutto incondizionato, mi ha tenuta aperta la porta».

Mentre con l’andatura lenta di questi giorni raggiungevo il signore che mi sorreggeva il portone, questa storia è riemersa come una vecchia bottiglia dal fondo del mare, trasformando per un istante il mio anonimo pianerottolo nel frammento di un’altra vita.
Spero che possa essere di ispirazione a chi legge per guardare la gratitudine da una prospettiva diversa, ricordandoci che, a volte, gesti apparentemente semplici possono lasciare tracce molto profonde, cambiando la giornata o addirittura la vita di qualcun altro.
Sono certo che anche tu conosca qualcuno che, silenziosamente e senza chiedere nulla in cambio, ti tiene aperta la porta.
Ogni tanto sarebbe bello fermarsi un momento e pensare a chi sia, o a chi sia stata quella persona e, se ancora lo si può fare, ringraziarla.
Io ho pensato a mia madre.









