Due settimane fa, il 12 agosto, molti si trovavano in trepidante attesa di un evento ritenuto imperdibile: un’eclissi di Sole, a distanza di molti anni dall’ultima, con oltre il 93% del disco solare coperto nel momento di massimo oscuramento.
Uno spettacolo atteso a lungo e accompagnato, per giunta, dall’ulteriore suggestione dell’“ora dorata”.
Io stesso aspettavo l’evento e mi ero premunito di occhialini speciali, pronto ad assistere a qualcosa di memorabile; ma già qualche ora prima del fatidico momento il cielo sopra la mia città si era velato di uno spesso strato di nuvole ed era tornata a crepitare la pioggia. Mi era apparso subito chiaro che, probabilmente, non avrei assistito ad alcuna eclissi, o al massimo ne avrei colto un’ombra molto attenuata.
E, almeno dal mio punto di osservazione, le cose sono andate esattamente così.
Non pioveva da più di un mese nel luogo in cui vivo, e aveva deciso di farlo proprio in quel momento!
Costantemente proclive a interrogarmi su ciò che accade e a scovare un significato più alto, ho pensato che la natura avesse voluto impartirci una piccola lezione; e, in fondo, ne sono stato persino felice.
Prima di tutto perché le immagini che attendevo di vedere non si sono sovrapposte a quelle dell’11 agosto del 1999, quando assistetti a un’indimenticabile eclissi da una camera affacciata sul mare, con quaranta gradi di febbre. Sono stato quasi felice di aver conservato quella come ultima traccia nella memoria, legata a un momento della mia vita in cui stavo per mutare pelle, come un serpente pronto a balzare dalla polvere all’altare di un sé stesso ritrovato.
Ma c’è un secondo punto: tutti noi, entusiasmandoci a dismisura per un evento come un’eclissi, mostriamo un piccolo difetto di raziocinio e, soprattutto, di riconoscenza e gratitudine verso la vita.
Provo ad articolare questo ragionamento volutamente provocatorio, ricollegandomi a uno dei primi testi di sviluppo personale che lessi molti anni fa, nel quale si narrava minuziosamente di un’eclissi solare avvenuta alle Hawaii intorno al 1990.
L’autore descriveva l’eccitazione collettiva che accomunava uomini d’affari e proletari, semplici escursionisti e scienziati che si trascinavano dietro dozzine di telescopi, giornalisti e televisioni pronti a raccontare l’avvenimento minuto per minuto e, più in generale, frotte di persone giunte fin lì da ogni parte del mondo.

Molte di queste persone si erano sobbarcate un lungo viaggio, avevano sostenuto una spesa di migliaia di dollari, dormito in tende rizzate alla buona sui crateri lavici.
Per cosa?
Per restare nell’ombra.
Per quattro minuti di oscurità.
Uno spettacolo incredibile, d’accordo; ma, in fondo, non così più miracoloso del sole che sorge ogni mattina: la vera differenza è che uno accade una volta ogni vent’anni, l’altro tutti i giorni.
Eppure giornali e televisioni ci martellano con il caso Garlasco o con le fiammate del prezzo della benzina, e nessun telegiornale si sognerebbe mai di aprire con la notizia: «Buongiorno! Ancora una volta il miracolo si è verificato: il sole è sorto!»
Ed ecco che la provocazione acquista il suo senso: siamo talmente abituati a desiderare ciò che scarseggia, o che manca, da non accorgerci più dei miracoli che abbondano ogni giorno.
Ancor di più oggi, nell’epoca dell’avere, dell’apparire e dell’accumulare, in cui ci siamo abituati a soddisfare i nostri bisogni come fossero ordinazioni da fast-food e non riusciamo più ad apprezzare nulla.
Mi piace pensare che il destino o un’entità superiore abbiano voluto stendere una tenda davanti allo spettacolo che aspettavamo per costringerci, una volta tanto, a non guardare ciò che desideriamo perché è raro, ma a darci una nuova occasione per apprezzare quanto abbiamo già.









