Ho sempre avuto un fastidio viscerale verso le zanzare. Non parlo del normale fastidio che chiunque prova quando sente quel ronzio vicino all’orecchio nel cuore della notte. Parlo di una repulsione quasi ideologica. Una repulsione che ho ereditato dal mio nonno materno, che combatteva ogni giorno, contro questi insetti, una battaglia silenziosa. Le zanzare per me incarnano l’invasione del privato, la violazione di uno spazio sacro: il mio sonno, la mia pelle, la mia quiete.
Per anni, ogni estate, sigillavo le finestre come in preparazione a un assedio. Nessuna brezza notturna, nessun sollievo dal caldo torrido. Preferivo il sudore, l’aria stagnante, la prigione del mio stesso respiro pur di non permettere a una sola di quelle creature di entrare. E sopportavo. Con pazienza, con una certa disciplina interiore che, col senno di poi, mi sorprende.
Soprattutto quando, per un certo periodo, uno dei più difficili della mia vita – ma per altri motivi – dovetti andare a vivere in una mansarda. Una stanzetta di pochi metri quadri, il tetto spiovente sulla testa, un caldo che durante l’estate era una punizione divina.
Poi, con gli anni, la mia condizione esistenziale è migliorata.
Giusto un anno fa ho fatto il passo: ho installato le zanzariere. Finalmente le finestre potevano restare aperte. Potevo dormire sentendo l’aria muoversi sulla pelle, senza più paura, senza il pensiero fisso dell’insetto che si intrufola nel buio. Una comodità quasi insignificante, ma per me potente. Ho iniziato a dimenticare cosa significasse dormire in una stanza chiusa, calda, opprimente.

Fino a pochi giorni fa.
La serranda della camera da letto ha ceduto, e non potevo più aprire la finestra. Un danno minimo, quasi ridicolo, ma sufficiente a riportarmi indietro. Per alcune notti ho dovuto richiudere tutto. E il caldo, lo stesso caldo che anni fa accettavo come una normalità estiva, è tornato a sembrarmi intollerabile. Mi sentivo in trappola, frustrato, intollerante verso una condizione che un tempo era la mia normalità.
E lì ho riflettuto su come gli agi e le comodità, soprattutto quando crediamo di meritarle dopo averle provate una volta, non sono mai neutre. Entrano nella nostra vita in punta di piedi, ma lentamente ridisegnano la soglia del nostro sopportabile. Ci fanno dimenticare chi eravamo prima, quanto eravamo capaci di adattarci, di resistere. Non è solo questione di zanzariere. È una legge più ampia, che vale per l’animo umano: la difficoltà rafforza, l’agio ammorbidisce!
Mentre ci liberiamo dalle contrarietà, diventiamo più deboli di fronte a esse. Più cerchiamo l’agio, più lo spirito si assottiglia. E al contrario, nelle stagioni più dure, quando siamo costretti a stringere i denti, è allora che dentro di noi si costruisce silenziosamente una forza che resta, una resistenza che non sapevamo di avere.
Quasi subito ho fatto riparare la serranda, e adesso tutto funziona nuovamente.
Le zanzare non mi mancano. Ma forse un po’ mi manca quello che insegnavano: che posso sopportare, anche ciò che non sopporto.









