Non sempre i buoni propositi iniziano con l’anno nuovo, o al ritorno dalle vacanze.
A volte prendono forma in un istante qualsiasi, apparentemente insignificante, ma rivelatore.
Per me è accaduto poco fa, in un giorno di luglio qualunque, uno di quelli in cui l’asfalto vibra per il calore e ti sembra mancare l’aria.
Da molto tempo mi ero accorto che una mia abitudine stava prendendo una brutta china: mangiavo poco a pranzo, per via dei ritmi serrati del lavoro, e mi abbuffavo a cena, a fine giornata, per compensare.
Non solo: lavorando spesso su altri progetti personali dopo l’orario d’ufficio, finivo per cenare tardi e andare a letto con lo stomaco pieno.
Una spirale poco salutare, che però mi sembrava normale, quasi inevitabile.
Finché, un qualsiasi giorno di luglio, ho deciso di rompere il ciclo.
Mi sono detto: “Non posso continuare a trattare la cena come un’abbuffata notturna. Devo arrivarci meno affamato.”
Ma il tempo per il pranzo rimaneva scarso, così ho adottato una soluzione: un pasto liquido, nutriente e bilanciato, da bere a metà pomeriggio.
Un semplice bibitone.
Già dalla prima sera, la differenza si è fatta sentire: mi sono seduto a tavola con una fame più morbida, meno compulsiva.
Non ero sazio, ma non avevo quella brama animalesca che mi spingeva ad affondare nel piatto.
Eppure, lì è accaduto qualcosa di inatteso.
Ho provato una strana emozione.

Non era frustrazione per avere cambiato le mie abitudini, quell’inevitabile disagio che si prova quando si comincia a fare qualcosa di diverso.
No.
Era qualcosa di più sottile.
Delusione, forse.
Quella cena, più moderata, mi sembrava meno “bella”, meno appagante.
Come se, per gustarla davvero, avessi bisogno di essere oppresso dalla fame.
È lì che mi è tornata in mente una storia raccontata da Anthony De Mello (credo di averne già parlato in un articolo sulla felicità).
Un soldato al fronte si lamenta con un compagno del fragore incessante delle bombe, della morte che colpisce ogni giorno altri commilitoni, e dei suoi anfibi troppo stretti.
L’altro gli suggerisce che, a differenza del resto che non dipende da lui, gli anfibi può farseli cambiare, ma il soldato risponde: “La vita al fronte è talmente grama, che togliermi gli anfibi dopo essermene sentito oppresso tutto il giorno, è l’unica soddisfazione che mi resta’’.
Anche io, in fondo, stavo facendo la stessa cosa.
Costruivo il mio piacere a partire da una privazione.
Allacciavo gli anfibi più stretti per godere, alla fine, del sollievo di toglierli.
È un meccanismo profondamente umano.
Ci sembra di apprezzare di più un piatto se lo mangiamo affamati, l’acqua se siamo disidratati, un letto caldo se abbiamo tremato di freddo.
E fin qui, nulla di strano. Il corpo funziona così, risponde agli stimoli con intensità proporzionale alla mancanza.
Ma il punto è un altro: cosa accade quando, inconsapevolmente, iniziamo a coltivare quella mancanza per aumentare il piacere?
Quando trasformiamo l’assenza in una premessa necessaria alla gratificazione?
È lì che scivoliamo in una forma sottile di dipendenza.
Una felicità condizionata, che si alimenta solo nel contrasto.
Un piacere che si misura sulla base dell’oppressione da cui ci liberiamo.
Questa logica, apparentemente naturale, nasconde una visione dualistica che ci intrappola: per stare bene devo prima stare male.
Per godere davvero di qualcosa, devo prima averne patito l’assenza.
Molti di noi si stringono gli anfibi ogni giorno, spesso senza accorgersene.
C’è chi lo fa nelle relazioni tossiche: perché i momenti di intesa e affetto che seguono momenti di tensioni e umiliazioni possono essere percepiti intensamente gratificanti.
C’è chi lo fa nella carriera: sacrifica per anni tempo, salute e affetti con la speranza che, un giorno, il successo ripagherà tutto.
C’è chi lo fa nel corpo: si impone restrizioni ferree, controlli ossessivi, per poi sentirsi vivo solo nel giorno dello “sgarro”.
C’è chi si autoimpone frustrazione per sentire, alla fine, di meritare qualcosa. Come se il premio fosse valido solo dopo una punizione.
Anche la letteratura è piena di anfibi troppo stretti.
Emma Bovary, ad esempio, eroina del romanzo di Flaubert rincorre per tutta la vita un ideale di felicità fatto di passioni travolgenti, lusso, emozioni intense.
Cresciuta a pane e romanzi romantici, finisce per sposare un medico di provincia buono ma ordinario, e da quel momento si sente soffocare nella quotidianità.
Cerca allora di liberarsi attraverso gli amanti, le spese sfrenate, i sogni grandiosi.
Ma ogni volta che ottiene ciò che desidera, il piacere si dissolve, lasciando spazio alla frustrazione.
Così facendo, entra in un circolo vizioso: crea artificialmente delle “sofferenze” (debiti, relazioni pericolose, menzogne) pur di avere un brivido, qualcosa che dia senso alla sua esistenza.
Si opprime per poi potersi liberare.
Finisce per costruire la sua vita su un continuo senso di mancanza, per provare un sollievo che non basterà a salvarla da un finale tragico.

Allora la vera sfida non è smettere di desiderare, ma imparare a riconoscere quando il desiderio ci rende prigionieri.
Imparare a gustare ciò che c’è, senza aspettare di esserne privati.
Non servono anfibi stretti per sapere che camminare può essere piacevole.
Non serve la sete per riconoscere il valore dell’acqua.
A volte, il piacere più profondo nasce proprio nell’assenza di urgenza, nella calma di ciò che non deve compensare nulla.
È lì che la vita smette di rincorrere e comincia, finalmente, a fluire.









